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Published on marzo 16th, 2018 | by dirittodellinformatica.it

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GDPR: come si verifica la liceità del trattamento (Guida al GDPR 2.4)

I dati personali devono essere trattati, in primo luogo, in modo lecito.

Ma cosa significa concretamente liceità di un trattamento?

Sul punto interviene l’art. 6 del GDPR, che ricalca per lo più la disciplina già introdotta nel nostro ordinamento dal Codice della Privacy e stabilisce che il trattamento di dati personali è effettuato in modo lecito soltanto al ricorrere di almeno una delle condizioni espressamente previste dallo stesso articolo. Questi presupposti di liceità sono:

  • il consenso esplicito dell’interessato al trattamento per finalità determinate dei propri dati;
  • l’adempimento di obblighi assunti con un contratto di cui l’interessato è parte o l’esecuzione di attività precontrattuali dallo stesso richieste;
  • l’adempimento di obblighi imposti dalla legge in capo al titolare;
  • la tutela di interessi essenziali per la vita dell’interessato o di soggetti terzi (si pensi, ad esempio, a casi di trattamento a fini umanitari o in caso di epidemie);
  • rilevanti motivi di interesse pubblico correlati all’esercizio di pubblici poteri;
  • il perseguimento di un interesse legittimo del titolare o di un’altra persona fisica ritenuto prevalente sui diritti e sulle libertà fondamentali dell’interessato, realizzabile attraverso il trattamento di dati personali.

Quando si parla di liceità del trattamento viene dunque in gioco, in primo luogo, il consenso che il titolare deve acquisire dalla persona a cui i dati personali trattati si riferiscono: consenso affinché i suoi dati personali siano raccolti ed utilizzati secondo le procedure, per le finalità e per il periodo riportati chiaramente nell’informativa. L’applicazione del Regolamento non comporterà in automatico l’illiceità del consenso acquisito in precedenza sotto il Codice della Privacy: il consenso già ricevuto rimarrà valido qualora rispetti tutti i requisiti richiesti dal GDPR. Vediamo allora quali sono gli elementi rilevanti.

Per prima cosa, il consenso ai sensi del GDPR, come richiesto già dal Codice della Privacy, deve sempre essere specifico, libero e inequivocabile: non è corretto e comporta una violazione del GDPR, quindi, l’utilizzo di caselle pre-spuntate sui moduli – siano cartacei o informatici – o di un’unica casella comprensiva di trattamenti aventi diverse finalità (ad esempio, adempimento del contratto e invio di newsletter). L’interessato infatti deve avere la possibilità di fare una scelta veramente autonoma e di poter rifiutare (o eventualmente revocare) il consenso senza subire conseguenze negative. In particolare, la richiesta di consenso deve essere chiara e facilmente identificabile e non deve confondersi con altre comunicazioni rivolte all’interessato (deve, cioè, essere chiaramente distinguibile da altre richieste).

Il GDPR, inoltre, richiede espressamente che per il trattamento di dati sensibili (come previsto dall’art. 9 GDPR: “È vietato trattare dati personali che rivelino l’origine razziale o etnica, le opinioni politiche, le convinzioni religiose o filosofiche, o l’appartenenza sindacale, nonché trattare dati genetici, dati biometrici intesi a identificare in modo univoco una persona fisica, dati relativi alla salute o alla vita sessuale o all’orientamento sessuale della persona […] a) l’interessato ha prestato il proprio consenso esplicito al trattamento di tali dati personali per una o più finalità specifiche”) e in caso di trattamenti automatizzati il consenso debba essere esplicito. Si noti che questa seconda categoria ricomprende anche le operazioni di profilazione (ai sensi dell’art. 22 GDPR: “1. L’interessato ha il diritto di non essere sottoposto a una decisione basata unicamente sul trattamento automatizzato, compresa la profilazione, che produca effetti giuridici che lo riguardano o che incida in modo analogo significativamente sulla sua persona. 2. Il paragrafo 1 non si applica nel caso in cui la decisione: […] c) si basi sul consenso esplicito dell’interessato”).

Un’altra novità è introdotta con riguardo all’età dell’interessato. L’art. 8 del GDPR, infatti, precisa che il consenso rilasciato dall’interessato è valido (e, di conseguenza, il trattamento su di esso fondato è lecito) a partire dai 16 anni di età. Questa regola comporta che, in presenza di un soggetto di età inferiore ai 16 anni, i titolari dovranno ricevere il consenso al trattamento dai genitori o da chi fa le veci del minore.

Infine, il GDPR non pretende che il consenso sia rilasciato in forma scritta. D’altra parte, questa sarà in linea di massima la modalità più idonea ed opportuna per raccogliere il consenso dell’interessato, non solo quando si richiede che lo stesso sia esplicito (come in caso di profilazione), ma anche perché è comunque il titolare a doverne dimostrare l’inequivocabilità e la specialità (e avere traccia scritta del consenso rilasciato sarà sicuramente d’aiuto a tal fine).

Un’altra condizione di liceità che ricorre di frequente nella prassi è dato dall’interesse legittimo di un titolare o di un terzo che prevale sui diritti e sulle libertà fondamentali dell’interessato (ipotesi prevista dall’art. 6, co. 1, lett. f, GDPR). E qui il Regolamento introduce una novità particolarmente rilevante, in linea con l’impostazione complessiva della normativa di responsabilizzazione dei titolari: difatti, il bilanciamento tra interesse del terzo e diritti dell’interessato spetta direttamente al titolare del trattamento e non all’Autorità pubblica. Poiché garantire e dimostrare il rispetto delle condizioni di liceità stabilite dal GDPR è onere del titolare, è a quest’ultimo che spetta anche il compito di effettuare i dovuti bilanciamenti con altri diritti, eventualmente rilevanti, dell’interessato o di terzi e di provare su tali basi la liceità dei trattamenti svolti.

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