Recording Industry Association of AmericaIl 28 febbraio 2007 la RIAA ha lanciato una offensiva contro il P2P nelle università statunitensi. Come procede la guerra?

La RIAA (Recording Industry Association of America) rappresenta l’industria discografica americana. Essa è diventata celebre anche in Italia per la sua campagna contro il file sharing e per le sue discutibili metodologie di lotta. Ha agito come un investigatore privato, identificando chi aveva posto in condivisione materiale protetto da copyright. E ha anche “concesso” ai “colpevoli” la possibilità di concludere transazioni per evitare di essere chiamati in giudizio.

Dallo scorso anno, la RIAA ha inviato 5.404 lettere a 160 college statunitensi nelle quali veniva riportato l’indirizzo IP relativo alla connessione mediante la quale era stato violato il copyright.

Alcuni atenei hanno identificato gli utenti e hanno provveduto ad inviare loro la lettera della RIIA. Grazie a ciò, essi hanno potuto usufruire di uno “sconto” (!): ossia la possibilità di transigere la controversia pagando 3.000 $ anziché 4.000 $.

In altri casi gli utenti non sono stati identificati o le università non hanno inviato loro le missive; in tali casi la RIIA non si è persa d’animo e ha attivato una procedura giudiziaria per individuare i presunti malfattori.

Su 5.003 lettere inviate, più di 2.300 hanno avuto il risultato voluto dall’associazione statunitense e altrettante persone hanno pagato 3.000 $ a testa, ossia quasi 7 milioni di dollari! 2.465 studenti, invece, sono stati chiamati a giudizio.

Secondo Cary Sherman, presidente della RIAA, l’utilizzo di software P2P sarebbe diminuito nonostante l’aumento del numero di connessioni a banda larga proprio grazie alle iniziative giudiziarie poste in essere dall’associazione da lui presiedute. Eric Garland, CEO di Big Champagne, ha però una visione differente: semplicemente, il mercato è saturo e dunque non vi è crescita.

Sherman ha inoltre affermato che, secondo sondaggi svolti, non si sarebbe verificato alcun danno all’immagine delle case discografiche e degli artisti, perché le persone sarebbero più concentrate “sul contenuto dei testi delle canzone che sulle cause giudiziarie”.

Alcuni atenei, però, non hanno collaborato. Fra essi c’è Harvard, che non è stato mai raggiunto dalle missive della RIAA. Secondo Sherman, ciò è dovuto al fatto che non vi è stato un numero sufficiente di violazioni al copyright tale da rendere economicamente vantaggioso intraprendere un’azione giudiziaria in quella giurisdizione.

In realtà, altri college della medesima area sono stati bersagliati dalle lettere della RIIA: fra essi, il Massachusetts Institute of Technology e la Boston University. La motivazione di Sherman, dunque, non regge!

E’ stato quindi ipotizzato che la ritrosia della RIAA sia dovuta al timore di rappresaglie legali da parte dei giuristi di Harvard. Alcuni di essi, infatti, fanno parte del Berkman Center for Internet & Society, che è stato sempre fortemente critico nei confronti della campagna della associazione statunitense.

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