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Published on maggio 17th, 2019 | by dirittodellinformatica.it

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Monete complementari virtuali. Soluzioni innovative alla luce delle esigenze di liquidità delle imprese

Già nell’antichità esistevano vari tipi di monete destinate ad essere impiegate per diversi scopi. Ad esempio, si usavano le monete in bronzo o rame per gli acquisti locali all’interno della comunità, l’argento per il commercio nazionale e l’oro per il commercio internazionale. Esistevano poi delle monete riservate semplicemente a determinate attività, come ad esempio il Siclo, che veniva usato solo per attività religiose.

Oggi, grazie all’ evoluzione della tecnologia, si sono nuovamente diffuse varie forme di monete, del tutto virtuali e destinate, come nell’antichità, ad assolvere a diversi scopi.

In particolare, anche a seguito dello sviluppo dell’e-commerce, si sono sviluppate diverse forme di moneta che vengono impiegate negli scambi commerciali online: da un lato, la moneta elettronica e la moneta scritturale, rappresentative della moneta avente corso legale (es. e-cash, borsellino elettronico); dall’altro lato, le monete virtuali alternative (ad es. Bitcoin) e le monete complementari (es. Sardex, Wir, EuroBexb).

Le monete complementari, in particolare, vengono usate come strumento di pagamento all’interno di comunità circoscritte di imprese e sono quindi legate territorialmente alla comunità di appartenenza. Per questo motivo vengono infatti denominate anche “monete locali”. Questa particolare tipologie di moneta viene impiegata specialmente per quantificare l’ammontare delle prestazioni scambiate all’interno della comunità e garantire, così, la compensazione tra i crediti e i debiti che si formano a carico degli appartenenti a quella comunità a seguito di uno scambio.

Monete complementari VS monete alternative

Le monete complementari si distinguono dalle monete alternative virtuali sotto vari profili.

In primo luogo, le monete alternative si caratterizzano per l’emissione di moneta. Esse vengono generate attraverso un’attività di mining, che consiste nella risoluzione di un algoritmo generato da un software.

In secondo luogo, è possibile scambiare tali monete con la moneta avente corso legale. Questa possibilità rende le monete alternative soggette alle fluttuazioni del valore della moneta, in quanto il gioco di domanda e offerta genera oscillazioni del tasso di cambio. Tale caratteristica rende inoltre le monete alternative soggette a speculazioni, ovvero oggetto di quelle operazioni finanziarie effettuate con lo scopo di trarre un guadagno dalla variazione del prezzo conseguente alla vendita o all’acquisto sul mercato finanziario della moneta stessa (come accade, ad esempio, nel caso dei Bitcoin).

Un’altra caratteristica delle monete alternative è che esse non hanno valore intrinseco. Ciò significa che questi strumenti non hanno di per sé un valore effettivo, ma assumono solo il valore che gli viene attribuito dal mercato: ad esempio, le monete d’oro hanno sia il valore attribuito dal mercato, cd. valore estrinseco, sia il valore proprio effettivo dovuto al prezzo dell’oro, cd. valore intrinseco. Pertanto, il loro valore dipende unicamente dal tasso di cambio attribuito rispetto ad un’altra moneta.

Infine, tali monete si propongono come vere e proprie alternative alla moneta avente corso legale (es. l’euro che è la moneta convenzionalmente adottata dall’UE o il dollaro negli Stati Uniti), in quanto consentono di mettere in contatto direttamente le parti che effettuano lo scambio commerciale, senza l’intermediazione di un soggetto terzo, come una banca o un intermediario finanziario. Questa caratteristica presenta il vantaggio di limitare i costi delle transazioni e inoltre, di garantire l’anonimato dei soggetti coinvolti nel pagamento, motivo per cui esse vengono impiegate particolarmente negli acquisti nel Dark web.

Le monete complementari, invece, si caratterizzano in primo luogo, per la mancanza di una emissione di moneta. Infatti, rappresentano esse stesse un’unità di conto con cui si quantifica l’ammontare del valore di una prestazione, rendendola in tal modo, tra l’altro, trasferibile all’interno della comunità. Pertanto, esse sono dotate di un loro valore intrinseco, in quanto rappresentano e detengono in sé il valore della prestazione circolante all’interno del circuito.

Inoltre, per le monete complementari non è consentito il cambio con la moneta avente corso legale: non è quindi consentito, sinteticamente, acquistare la moneta complementare con l’euro o il dollaro o un’altra moneta del mondo. In questo modo, si limita il commercio in moneta complementare a livello locale e si evitano le speculazioni.

Da ultimo, le monete complementari si caratterizzano per il fatto di non generare interessi pecuniari. L’art. 1282 del Codice Civile prevede infatti che i crediti di natura pecuniaria facciano sorgere il diritto per il creditore agli interessi, quindi ad ottenere una somma superiore a quella già dovuta, che rappresenta il corrispettivo per il creditore per essersi privato di liquidità monetaria. Infatti, l’obbligazione che sorge dallo scambio effettuato con le monete complementari non è considerata un’obbligazione pecuniaria, ovvero un debito di una somma di denaro, ma una prestazione di dare o di fare che verrà definita solo successivamente al momento dell’impiego della moneta al prossimo acquisto all’interno della comunità.

Le monete complementari, dunque, non si propongono come alternative alla moneta vigente, né come esterne al mercato. Esse si inseriscono piuttosto all’interno del sistema economico e lo completano – da qui deriva anche il termine “complementare” -, in quanto soddisfano quella fetta di mercato composta da operatori economici privi di liquidità.

Il funzionamento e i vantaggi

Le monete complementari vengono quindi utilizzate come strumento di pagamento e come unità di conto all’interno di un sistema di baratto intercorrente tra una pluralità di operatori economici aderenti ad un determinato circuito. Per questi motivi il sistema delle monete complementari rientra a livello normativo nella figura del contratto di permuta (disciplinato dall’art. 1552 Codice Civile), ovvero quel rapporto che consiste nello scambio reciproco di cose tra due parti, conosciuto appunto, più semplicemente, come baratto.

Gli operatori economici aderenti, dunque, vendono all’interno della comunità di scambio i beni e servizi che sono in grado di produrre nell’esercizio della loro attività economica e si fanno pagare dagli acquirenti in moneta complementare. Tale operazione viene poi registrata sulla piattaforma informatica personale dell’operatore economico come un credito: in questo modo, infatti, l’operatore acquista un credito spendibile all’interno della comunità pari all’ammontare del valore del bene o del servizio offerto, che potrà poi utilizzare per acquistare a sua volta beni e servizi presso un altro aderente ad un circuito.

Il vantaggio di tale sistema consiste nel fatto che le imprese possono sfruttare la loro capacità produttiva (e quindi la loro liquidità potenziale) acquistando beni e servizi di cui hanno bisogno anche in mancanza di liquidità, senza dover ricorrere a rateizzazioni o a prestiti, che a loro volta possono generare interessi.

Inoltre, rispetto alla permuta bilaterale, consente di effettuare delle transazioni economiche non direttamente con la controparte dello scambio – la cui prestazione potrebbe non direttamente tornare utile – ma, proprio grazie all’impiego della moneta complementare, consente di scambiare con qualsiasi aderente al circuito che meglio possa soddisfare i propri bisogni.

Conclusione

Per questi motivi, le monete complementari potrebbero astrattamente costituire una soluzione alla mancanza di liquidità in cui spesso le imprese commerciali possono venire a trovarsi nell’esercizio della loro attività economica, poiché consentono l’acquisto di beni e servizi senza l’utilizzo della moneta e sfruttando semplicemente la propria capacità produttiva.

D’altro canto, è necessario precisare che un tale sistema presenta però dei limiti che ne impediscono la diffusione su larga scala.

Non essendone infatti consentito il cambio con la moneta convenzionale, tale sistema risulterebbe limitato agli scambi locali, non potendo essere impiegato anche in scambi commerciali nazionali e internazionali. Al riguardo, infatti, bisogna considerare che spesso le imprese hanno fornitori su tutto il territorio nazionale e anche in paesi esteri. Sotto un diverso profilo, infine, questo meccanismo non consentirebbe l’apertura del circuito al consumatore, il quale non ha alcuna potenzialità produttiva, ma solo il proprio stipendio da poter spendere.

Tale sistema, peraltro, potrebbe comunque determinare a livello giuridico un problema di conformità con il Testo Unico Bancario (d.lgs. n. 385/1993), secondo cui per esercitare l’attività di concessione di finanziamenti è necessario essere un ente autorizzato. Infatti, l’attività dell’ente gestore del circuito potrebbe essere assimilata ad una attività di concessione di finanziamento in favore degli aderenti, sebbene in forma di moneta complementare, in quanto viene concessa agli aderenti la possibilità di andare in rosso sul proprio conto e compiere acquisti pur senza avere liquidità monetaria.

Il progressivo sviluppo di tali strumenti e la loro diffusione richiederanno quindi che quanto prima il legislatore intervenga per regolarne il funzionamento, anche in rapporto ai sistemi “ordinari” di credito.

Redazione Diritto dell’Informatica

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